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Spazio Concept – Intervista

www.spazio-concept.it

Tu sei qui. Osserva la natura delle cose, il loro lento mutare.

È questo ciò che ci invita a fare il lavoro di Stefano De Ponti, un artista dallo sguardo trasversale che unisce suono, scultura e presenza del corpo nello spazio, con una vocazione relazionale che invece di aggiungere oggetti in un mondo proliferante di oggetti, crea connessioni, crea spazi in cui possiamo riflettere sul nostro essere qui.

De Ponti innesca processi e porta avanti una ricerca che si declina in approdi istallativi e performativi, ultimamente grazie all’uso di un unico materiale: la Pietra Serena, una particolare varietà di roccia arenaria tipica della Toscana.

NUB Project Space, realtà incubatrice di progetti ibridi legati al suono, a Pistoia, è il luogo dove Stefano ha portato avanti il percorso “La natura delle cose ama celarsi”, all’interno del progetto Licheni, ed è il luogo dove la sua esplorazione poetica della Pietra Serena è potuta crescere e articolarsi in diversi formati multimediali.

Il 3 Aprile, con Cimento si conclude il primo ciclo produttivo di questo lungo percorso, sviluppato presso NUB con il sostegno di Tempo Reale, Radio Papesse, Cava Nardini, Les FAC e Archive Officielle.

Quando hai incontrato la Pietra Serena e cosa ti ha attratto principalmente di questo materiale?

Intorno al 2018, da quando con la mia famiglia abbiamo deciso di vivere stabilmente in una zona della Toscana fortemente caratterizzata da questo materiale.
Inizialmente è stato il colore a catturare la mia attenzione, un aspetto che ancora adesso è luogo di indagini e rivelazioni, ma in seguito, frequentando con regolarità la cava di Vellano, sono stati molti gli aspetti di questa pietra ad apparirmi evocativi e coerenti con alcune riflessioni già sviluppate a partire da “La natura delle cose ama celarsi”, frammento di Eraclito che in seguito avrebbe dato il titolo al percorso: impermanenza, relazionalità, ecologia, memoria tattile, abbandono… in questo senso la Pietra Serena è stato un mezzo, un tramite verso un immaginario esteso che ho accolto con un’attitudine processuale rinnovata.

Rispetto ad altri materiali c’è qualcosa di molto intimo e personale che mi attrae verso tutto ciò che si può definire terroso, roccioso, argilloso… la consistenza, l’odore, il colore… ma non sento quasi mai la necessità di produrre con questi elementi dei suoni in modo diretto, costruendo strumenti o agendo fisicamente su di essi, preferisco la via della suggestione, dell’evocazione sinestetica… ma mi rendo conto che è impossibile spiegarlo a parole, senza condurre tutto a una vuota esposizione di fatti…

Negli ultimi due anni hai portato avanti la tua ricerca negli spazi di NUB Project Space a Pistoia. Come si è articolato questo processo e a quali cardini è ruotato attorno?

Francesca, Federico e Lorenzo (di NUB Project Space) coinvolgendomi nel progetto Licheni,  hanno supportato il mio percorso fin dall’inizio con una dedizione e una fiducia totali, quando ancora mi muovevo intorno a congetture e intuizioni sfocate.
Negli spazi di NUB ho organizzato principalmente la fase iniziale del processo, che è stata per me la più complessa sia emotivamente che tecnicamente, confluita poi nei primi due approdi, “Impermanenze” e “Relazione Minima”, presentati sempre a NUB tra giugno e luglio 2021 alla presenza del pubblico.

La vicinanza geografica mi ha permesso di lavorare in loco con cadenza settimanale, innescando un tacito rituale che si è perpetrato per mesi, quegli stessi mesi in cui molti riti ci furono preclusi per i motivi che conosciamo.

Durante quel periodo mi sono concesso il lusso di lasciare che il tempo fosse costruzione, che l’opera nella sua totalità riuscisse ad autodeterminarsi a scandire il ritmo degli accadimenti. Ero in uno stato di concentrazione passiva. Rielaboravo ciò che in altri momenti della settimana raccoglievo nei miei sopralluoghi alla Cava o sperimentavo in studio. Lavoravo il più possibile all’aspetto conoscitivo e non solo a quello estetico, cercando di limitare il rischio di rimanere intrappolato in una gabbia formale. Ad un certo punto mi sono accorto che il processo coincideva con l’opera e ho capito che non stavo solo realizzando delle “cose”, stavo definendo una nuova modalità di lavoro.

Questa ricerca si è declinata in quattro approdi: Transient MobilesCimentoRelazione Minima e Impermanenze. Come descriveresti ognuno di questi passaggi?

Come moduli spaziali che si staccano dalla capsula principale per lasciarla proseguire verso una destinazione ignota…

Per chi avesse voglia di sbirciare su Licheni nella sezione “Journal”, vedrebbe che si è trattato di un complicato procedere a ritroso per frammenti, divagazioni, rielaborazioni di accumuli audiovisivi passati, presenti e futuri, nel tentativo di raggiungere la dimensione radicalmente essenziale evocata con l’immagine/visione iniziale dei Transient Mobile, scintilla che ha innescato l’intero processo.

Una tappa fuori dall’elenco ma che ha un ruolo decisivo rispetto alle quattro principali è “Malgrado col tempo si sfaldi”, podcast realizzato nelle fasi finali del processo, prodotto da Radio Papesse per Radia FM e che potete ascoltare da qui:

https://radiopapesse.org/it/archivio/radia/malgrado-col-tempo-si-sfaldi

Transient Mobiles hanno una relazione diretta con Handphone Table di Laurie Anderson, mi sembra che questo artefatto, più di tutti, testimoni il tuo interesse per il corpo, inteso sia come corpo umano che come corpo risonante, come parte del paesaggio sonoro e molte altre cose. Quanto è importante stare in ascolto di tutte queste dimensioni? Può la pietra guidarci in questo processo? Possono le ossa?

Nell’atto di fruizione di un’opera, l’unico elemento da cui non si può prescindere è quello dimensionale… “tu sei qui”. Il “tu sei qui” richiede la presenza attiva del corpo, dei suoi sensi e la disposizione a farsi coinvolgere.

Nel lavoro della Anderson il corpo è filtro conduttore e modificante nel flusso degli eventi. È solo il contatto fisico con l’oggetto a rendere udibile il contenuto, ed è attraverso il corpo che il contenuto si propaga.

Nei Transient Mobiles non ci sono output e i suoni contenuti sono unici, non esistono in altra forma o in altro contesto se non in quello, sono volutamente abbandonati all’interno della pietra e al termine dell’ascolto o del funzionamento del dispositivo rimarranno conservati ma inaccessibili all’interno dell’opera, presenti attivamente o meno solo nella memoria di chi li ha ascoltati.

Per questo sono partito dalla modalità di fruizione dell’ Handphone Table, in quanto funzionale al mio desiderio di creare una condizione di ascolto totale con il corpo, invitare il fruitore “a stare” con intenzione nel momento, nello spazio e nell’ambiente. Non diversamente in fondo da come mi sono posto io durante il processo di creazione e indagine ora che ci penso…

Questi primi due prototipi ancora imperfetti di Transient Mobile, realizzati grazie al contributo del centro di ricerca Tempo Reale di Firenze, costituiscono la meta cui sono approdato dopo questo giro largo fatto intorno, dentro e oltre la Pietra Serena, un primo risultato che ha già innescato nuove aperture da approfondire e sviluppare.
 

 Il lavoro è diventato una pubblicazione. Vuoi parlarcene?

Si tratta di un’uscita davvero particolare, frutto di un intenso lavoro a sei mani realizzato insieme a Joe MacKay e Sam Mercure, rispettivamente curatore e fondatore di Archive Officielle.
L’uscita è prevista entro la fine aprile in edizione limitata e conterrà una pubblicazione su carta fotografica con le immagini di Andrea Berti e i testi di Peppe Trotta. La versione digitale sarà accompagnata dall’aggiunta delle registrazioni delle performance e da altri materiali audiovisivi, disponibili per il download tramite QRCode stampato su pietra. 

Sono estremamente soddisfatto del risultato, rende giustizia non solo all’opera ma a tutte le persone che ci hanno lavorato.

La tua ricerca si basa su uno sguardo trasversale che unisce più discipline, cosa ti interessa esplorare maggiormente in questo momento?

Sono sempre più interessato all’aspetto relazionale del “fare arte”, a non aggiungere, a fare spazio… l’immaterialità, il macro nel micro, gli scarti… Disegno e scrivo con una certa regolarità ma senza forzarmi. Arriva da sé, io accolgo e metto nel cassetto, il lavoro fin qui svolto con la Pietra Serena presenta ancora diversi aspetti da definire.

Nel frattempo ho accettato e fatto a mia volta alcune proposte di collaborazione con realtà e artisti che stimo e con cui è gratificante e stimolante mantenere il dialogo, ma essendo ancora tutto in fase progettuale non mi espongo, anche se qualcosa sul mio sito è rintracciabile seppur non troppo esplicitamente…

Sappiamo che sei anche insegnante di arte e immagine nella scuola secondaria, cosa ti preme di più trasmettere ai ragazzi? Pensi si possa proporre al loro sguardo un’arte maggiormente ibridata, in particolare con il suono?

Così come il fare arte, per me l’insegnamento è una vocazione, un’esigenza. Mi nutro dello scambio con i miei alunni e se un giorno le energie o la voglia dovessero svanire, vorrei avere la forza e l’etica di cambiare lavoro così come non vorrei consumarmi rincorrendo una visione insincera.

Noi insegnanti / artisti, se accettiamo di definirci o farci definire nell’uno o nell’altro modo, abbiamo una responsabilità cruciale, da sempre. Ai miei alunni cerco di trasmettere la curiosità nei confronti di tutto, l’importanza di mettersi in discussione, di farsi delle domande e fare in modo che altri se le facciano, di incrinare il consueto, di usare il linguaggio, qualunque esso sia scegliendolo o creandolo in base alle proprie inclinazioni, senza farsi usare da esso. L’arte non dovrebbe fare lo stesso?