Stefano De Ponti

Hearing is seeing

Interview on Sodapop

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Stefano De Ponti, milanese, classe 1980, lo abbiamo conosciuto grazie al bellissimo album Like Lamps On By Day, uscito lo scorso anno per Under My Bed e Old Bicycle. Lui però è in giro da un po’, prima col duo Passo Uno, poi da solo, svariando fra sonorizzazioni di film, musiche per spettacoli teatrali, live electronics e molto altro, sempre all’insegna di uno stretto legame fra suono e visione. Con questa intervista cerchiamo di gettare uno sguardo sul suo lavoro a 360°.

SODAPOP: Ascoltando i tuoi dischi non sono riuscito a farmi un’idea precisa di quale sia il tuo percorso musicale, ma il modo che hai di orchestrare il suono mi ha fatto pensare a una formazione classica. Ho preso una cantonata? Vuoi darci qualche delucidazione?

STEFANO DE PONTI: Ho studiato chitarra classica per più di dieci anni, seguendo il tradizionale percorso accademico che comprende corsi di solfeggio, armonia e (certa) storia della musica. Questo ha sicuramente influenzato il mio processo creativo ed è possibile che un approccio “classico” sia così sedimentato in me da emergere nei miei lavori in modo spontaneo e inconsapevole. Ad ogni modo nelle mie composizioni non seguo particolari regole armoniche o di contrappunto, per questo parlare di “orchestrazione” risulterebbe improprio. Rispetto al mio approccio compositivo trovo calzanti le parole usate da John Cage in suo scritto successivo a 4’:33’’ dal titolo Il futuro della musica: il mio credo, in cui parla di composizione in termini di “organizzazione del suono” per finalità extramusicali, dove il principio dell’organizzazione va inteso come la comune capacità di pensare e il suono come l’insieme di tutto ciò che è udibile e dove alla figura del “compositore” preferisce di conseguenza quella dell’”organizzatore”.

SODAPOP: Cominciamo ad addentrarci nel tuo lavoro: affinità e divergenze fra il De Ponti musicista (passami il termine…) puro, l’improvvisatore, il soundscaper/field recorder, quello che scrive per il teatro. Il punto di partenza sei ovviamente tu, ma l’ispirazione, l’approccio compositivo, il metodo di lavoro, cambiano a seconda della materia musicale che affronti?

STEFANO DE PONTI: Non ragiono in termini categorici. Per me il suono è qualcosa di fisico, visibile e modellabile; è materia e colore in movimento. Con il tempo il mio sentire si avvicinato sempre di più ai linguaggi figurativi e plastici che a quelli musicali. Percepisco con molta naturalezza il suono di un quadro di Rothko, così come modello un loop osservando una colonna senza fine di Brancusi o registro un paesaggio ispirandomi alle tecniche di ripresa di Mekas. È un’attitudine a cui sono approdato dopo anni di esperimenti e tentativi, molti dei quali gettati tutt’a un tratto tra i rifiuti.
Comunque all’inizio parto sempre da uno stato di necessità, che si traduce in modo del tutto naturale in un atto di creazione. Segue poi un momento preciso in cui tecnica e approccio si autodeterminano e finché questo non avviene aspetto che avvenga; per me è importante cercare la disciplina nella libertà.
In teatro, quando le condizioni lo permettono, diventa tutto ancora più stimolante in quanto suono, scena, azione e parola si confrontano in un continuo scambio e unione di forze. Sono convinto che ancora oggi questa unione possa condurre un artista e un’opera verso sentieri sconosciuti.

SODAPOP: Vorrei focalizzarmi sulla genesi delle musiche che componi per il teatro (ammesso che il procedimento sia unico per ogni lavoro). Come nasce la colonna sonora di uno spettacolo? Parti da delle idee che poi adatti alle scene, lavori di concerto con gli autori o le musiche arrivano solo dopo che l’opera è già strutturata?

STEFANO DE PONTI: Confrontandomi con una drammaturgia entro in un mondo dove porto con me quello che sono e quello che so fare, ma non ho e non voglio avere una modalità fissa di lavoro: in ogni spettacolo al quale decido di collaborare sviluppo nuovi approcci e nuove modalità, cerco di evolvere e di non ripetermi, pur mantenendo la mia voce. Deve essere un’occasione di studio e ricerca, specialmente nella fase iniziale.
Per fare questo cerco sempre di mettermi nella condizione di lavorare insieme alla compagnia, dalla fase di scrittura alle prove in sala, improvvisando con gli attori, oppure osservando in silenzio quello che accade, elaborando pensieri che poi sviluppo in separata sede.
Di certo l’atmosfera delle prove durante i periodi di residenza ha su di me un influenza molto forte, quando tutto è ancora in divenire, le luci sono solo suggerite e gli oggetti quotidiani contaminano lo spazio. È un momento di condivisione prezioso perché permette sia ai rapporti umani che e al singolo individuo di evolvere indipendentemente dal risultato finale. È in questa fase che mi piace sperimentare liberamente l’uso di strumenti e approcci spesso distanti dal mondo del teatro.
Like Lamps On by Day si è sviluppato in un’atmosfera di questo tipo, ne sprigiona la forza, che è arrivata anche a chi conosceva poco o quasi per nulla la sua genesi. A un anno dalla sua uscita e a quattro anni dall’inizio del lavoro di accumulo che ha portato alla sua realizzazione, ho capito quanto questo disco abbia segnato una nuova fase del mio percorso artistico, creando un distacco netto da tutti i miei lavori precedenti.

SODAPOP: I tuoi album sfoggiano una grande varietà di strumenti, sebbene la scrittura tenga lontani eccessi e pomposità. Riesci a portare questa ricchezza dal vivo? In queste situazioni cerchi di riproporre fedelmente quello che si sente su disco o cambi completamente le carte in tavola?

STEFANO DE PONTI: Se si escludono i progetti musicali collettivi precedenti al 2010 e i quattro anni in cui ho quasi esclusivamente suonato in live electronics durante gli spettacoli teatrali ai quali ho collaborato, posso dire di aver cominciato solo ora a presentarmi dal vivo.
Nelle mie performance metto sempre in scena me stesso, cercando di restituire quello che è il mio rapporto con la creazione artistica.
Ho dei punti di riferimento, ma tutto si trasforma da un momento all’altro, da un live all’altro; mi piace mettermi in difficoltà, la riproduzione mi ha sempre annoiato e preferisco ripartire da ciò che il disco lascia in sospeso piuttosto che riproporlo tutto o in parte e quando decido di suonare dal vivo lo faccio con consapevolezza e con un disegno ben preciso.
Ad esempio, dalle registrazioni di alcuni dei concerti realizzati quest’anno tra l’Italia e la Svizzera sono previste tre pubblicazioni: il Live in Zurich, che è già disponibile sulla mia pagina Bandcamp, il live in Basel che uscirà il 22 dicembre per Many Feet Under e, nei primi mesi del 2015, le due performance milanesi realizzate tra aprile e luglio nell’ambito del progetto Apparizione curato da Andrea Cazzani.
Queste uscite non sono solo il naturale complemento del disco ma ne tracciano l’evoluzione.

SODAPOP: A noi è molto piaciuto il brano uscito sulla compilation Crepe della Vacua Moenia, realizzato in un luogo spettrale e suggestivo come Teufelsfberg, nei pressi di Berlino. Ci racconti come è nato?

STEFANO DE PONTI: Si tratta di un’improvvisazione per voce, corpo e oggetti realizzata nel 2012 insieme ad Eleonora Pellegrini, matematica, danzatrice e musicista, mia compagna nella vita e insieme alla quale collaboro con una certa regolarità, coinvolgendola a volte nei miei progetti e creandone insieme a lei di nuovi.
Il testo qui riportato, scritto da Eleonora come accompagnamento al brano, suggerisce perfettamente il pensiero e l’atmosfera che lo ha generato:
“Raggiungere Teufelsberg significa arrivare al capolinea, infilarsi nel bosco – magari una rana attraversa la strada con un balzo – salire in cima alla collina e poi andare in cerca di una breccia nella recinzione. Una volta entrati, ci si trova presto ai piedi di un’enorme struttura sovrastata da tre cupole geodetiche i cui rivestimenti di stoffa, rotti e sfilacciati, svolazzano rumorosamente.
Ex proprietà della US National Security Agency, Teufelsberg aveva la funzione di un grande orecchio su Berlino: ogni conversazione, telefonata, voce o respiro pronunciati nella città venivano captati e amplificati dalle tre cupole. E così, se si hanno il coraggio e il fiato di salire fino in cima, fino all’ultima rampa di scale, ci si trova immersi all’interno di un risonatore acustico in cui perfino il più minuscolo dei granelli di polvere può produrre il più lungo degli echi.
Siamo incappati in questo posto grazie al nostro amico Emanuele il quale, armato di pazienza, ci ha accompagnati fin lì lottando contro il maltempo e la pigrizia mattutina. In quei giorni noi due, come molti altri, celebravamo la memoria di John Cage con una personale riflessione sul concetto di silenzio. Durante la nostra passeggiata attraverso la Foresta di Grunewald, raccogliemmo qualche rametto e qualche pietra, con l’intenzione di usarli dentro le cupole per conversare insieme al silenzio. Ci facemmo strada verso la collina senza la minima idea di ciò che avremmo fatto, ma decisi a registrarlo. Una volta arrivati all’interno della cupola principale, uno di noi prese posto al centro e cominciò a produrre suoni con il corpo, la voce e alcuni oggetti; l’altro cominciò a muoversi attorno, lungo la parete. Molto presto ci accorgemmo che il silenzio è una condizione asintotica a cui possiamo tendere, senza mai raggiungerla. Invece di una conversazione, fu un inseguimento: il silenzio fuggiva continuamente, nascondendosi, facendo capolino per brevi istanti, per poi scomparire di nuovo”.

SODAPOP: lnvece Physis, il brano per Burn Circuits Kept Under My Bed, com’è nato?

STEFANO DE PONTI: Physis nasce per il primo capitolo della performance omonima per corpo e suono pensata e sviluppata con Eleonora. Ispirata all’origine della vita secondo l’ipotesi dei black smoker, Physis#1 è stata presentata a Ravenna durante Fèsta14! ed è parte di un progetto più ampio sull’evoluzione delle specie e sul futuro della vita sulla Terra che probabilmente avrà un decorso molto lungo…
 È un brano che si è sviluppato in modo autonomo, successivamente rimontato sui movimenti eseguiti da Eleonora. Quando Stefano mi ha chiesto di partecipare alla compilation UMB ho subito pensato che quello fosse il contesto adatto per permettergli di vivere di vita propria.

SODAPOP: Siamo arrivati alla fine; ti ringrazio per la bella chiaccherata e prima di salutarti, ti chiedo cosa ti riservi il futuro: dei live in uscita ci hai detto, c’è altro all’orizzonte?

STEFANO DE PONTI: Il 2014 è stato un anno molto positivo, ricco di incontri e di esperienze che stanno già maturando in nuovi progetti e collaborazioni e il 2015 si appresta ad accogliere diverse novità. Due cose alle quali tengo in modo particolare sono il disco realizzato insieme a Rooms Delayed e Cristina Pullano e il nuovo My Dear Killer, che ho prodotto insieme a Stefano Santabarbara. Continuerò poi il mio percorso in ambito teatrale, consolidando le collaborazioni già in essere e aprendomi a nuove realtà.

Emiliano Zanotti / Sodapop